In un mondo di giganti, A.I. ha mostrato che il basket americano è anche roba per “piccoletti”. Gli inizi difficili, il cambio di ruolo e le incredibili annate con i Sixers. Una leggenda che non ha mai vinto un anello e nemmeno l’oro alle Olimpiadi.
L’uomo che ha rivoluzionato l’NBA. Allen Iverson è stato il primo “piccoletto” in un mondo di giganti: alto 1 metro e 83, A.I. ha marchiato a fuoco il mitico campionato di pallacanestro americano tra gli anni Novanta e Duemila, e questo nonostante non abbia mai vinto un titolo. L’inizio di carriera, oltretutto, è di quelli che preannunciano grandi cose: nel 1996, infatti, è il secondo playmaker selezionato come prima scelta assoluta dopo un certo Magic Johnson.
Un’eredità che il simbolo dei Philadelphia 76ers ha onorato alla grande, diventando poi un esempio per tutti i giocatori di “bassa statura” che si sono avvicinati al mondo NBA: non è un caso che molti giovani play e point-guard portino sulle loro spalle - ancora oggi, a più di un decennio dal suo ritiro - la mitica maglia numero 3. Dimostrazione che parliamo di una leggenda.
Iverson non ha un'infanzia facile: cresce in Virginia (nella povera Hampton), non sembra avere particolari prospettive e inizialmente non è interessato al basket, virando verso il Football americano. Poi la passione prorompente per la palla a spicchi e il noto episodio di violenza che lo porta (ingiustamente, diranno poi i giudici) a passare quattro mesi in carcere prima della grazia e del successivo ribaltamento del verdetto.
I giorni dietro le sbarre fortificano Allen che, però, si ritrova a fare i conti con l'ostracismo dei coach dei vari college a cui fa richiesta di iscrizione. In quel giovane pieno di talento ci crede però John Thompson, head coach della squadra di Georgetown. Da qui l'inizio della leggenda, con Iverson che nel suo ultimo anno alla prestigiosa università con sede a Washington DC si fa apprezzare in chiave palle rubate (è il primo dello stato) e per media punti.
Da qui la strada è tutta in discesa per A.I., prima scelta nel draft del 1996 e pronto a vivere un decennio da protagonista assoluto con i Philadelphia 76ers. Inizialmente si impone come playmaker decisamente tecnico, ma dà il meglio di sé quando coach Larry Brown lo propone da guardia tiratrice. Sarà la svolta: nella sua prima stagione viene nominato migliore rookie, e non potrebbe essere altrimenti per un giocatore sugli scudi con una media di 23,5 punti e 7,5 assist. Ciliegina sulla torta, l’incredibile crossover ai danni di Michael Jordan in un’epica sfida contro i mitici Chicago Bulls. Roba da predestinati.
La migliore annata nel 2000/2001, quando viene eletto MVP della stagione e arriva ad un passo dal trionfo inseguito per tutta la carriera. A vincere nella finalissima, però, sono i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant. “The Answer” non si perde d’animo e continua ad inanellare numeri clamorosi: basti pensare che con i Sixers riesce ad aggiudicarsi per quattro volte la palma di migliore marcatore in assoluto, mentre per tre volte è leader per palle rubate. Statistiche che mostrano la duttilità e l'intelligenza di un giocatore in grado di primeggiare tra i giganti e, anzi, di usare a suo vantaggio la sua bassa statura.
Proprio in quel periodo, nel 2004, da segnalare l'altra grande delusione della carriera. Nel palmares di Iverson, infatti, non manca solo l’anello NBA, ma anche l’oro olimpico: nei Giochi del 2004 che si sono tenuti ad Atene, la nazionale americana - capitanata proprio dalla guardia originaria della Virginia - non è andata oltre un deludente bronzo. Troppo poco per un dream team che poteva contare anche su un giovanissimo Lebron James.
Gli ultimi anni di carriera sono meno esaltanti. Nel 2006 il passaggio ai Denver Nuggets: le medie mostruose degli anni precedenti sono solo un ricordo, ma in questo biennio A.I. si difende bene con medie di 25 punti e 7 assist a partita. Con i Nuggets raggiunge per due anni consecutivi i play-off, conoscendo la sconfitta al primo turno in entrambi i casi.
L'ultima stagione da protagonista la vive con i Detroit Pistons, con cui gioca 54 gare e si fa apprezzare sempre in ottica punti. Tutt'altro che indimenticabile l'ultimo biennio segnato dall'approdo ai Memphis Grizzlies, il ritorno a Philadelphia e la fugace esperienza con i turchi del Besiktas: per lui poche presenze a causa dei continui infortuni che lo costringeranno poi al ritiro. Un finale sottotono, ma la leggenda rimane.