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Una lettera a Messi per il suo addio alla nazionale argentina

Un viaggio emozionante nella straordinaria carriera di Messi: l'alieno che ha sfidato la fisica e il tempo per svelare, alla fine, il suo lato più fragile e profondamente umano.

Caro Leo,

Io ti ho sempre visto come un alieno. D’altronde è stato difficile vederti come un essere umano. Ti ho visto seminare avversari come birilli, trovare linee di passaggio che vedevi solo tu. Quando gli altri vedevano muri, tu vedevi autostrade. Quando gli altri vedevano difese schierate, tu vedevi un percorso a ostacoli che ti portava in rete. Ti ho visto sfidare le leggi della fisica: Newton sarà impallidito nella tomba vedendo qualche tuo calcio di punizione. Hai plasmato la realtà a tuo piacimento. Ti ho visto dominare i Mondiali quando avevi la freschezza di un giovane e ti ho visto farlo quando avevi l’esperienza di chi è maturato. Ma un genio può maturare? O rimane sempre uguale e si evolve? Forse sei rimasto sempre te stesso e ti sei semplicemente evoluto.

Ho avuto il privilegio di assistere all’evoluzione di un genio che poche volte mi è sembrato umano. Sarebbe freddo e riduttivo ridurti ai numeri della tua carriera: hai sconfitto senza pietà anche la matematica.

Perciò voglio rendere omaggio a quel lato umano che è sempre stato così difficile da scovare. Ti ho visto vomitare in campo per la pressione e poi rientrare come se non avessi avuto nulla. Ti ho visto perdere finali importanti e rialzarti con la calma olimpica di chi sa di essere nato per qualcosa di molto più grande. Qualcosa che nessuno era in grado di immaginare, perché sì, hai sconfitto anche l’immaginazione. Neanche Hemingway, Dostoevskij o Dante sarebbero riusciti a scrivere una storia come la tua.

Quella di un alieno che a Barcellona vince tutto e poi in patria viene criticato. Tu però la patria non l’hai mai rinnegata. Avresti potuto ottenere facilmente il passaporto per la nazionale spagnola, aggregarti a un gruppo di giocatori con i quali hai condiviso tutto nel tuo club e magari continuare a vincere con la Nazionale. Forse avresti raccolto di più, ma forse non saresti stato te stesso. Nonostante tu te ne sia andato via da Rosario, sei rimasto fedele alla tua Argentina: l’accento, il mate e quella personalità riservata e tranquilla, quasi a contrasto con la grinta e il carisma tipici del Sudamerica. Ti ho visto perdere due finali di Copa América e un Mondiale in Brasile dove sei stato protagonista assoluto. Ti ho visto annunciare il ritiro. Troppi insulti, troppe pressioni: dicevano che non avevi il sangue “caliente”, che eri troppo europeo, che nominare Maradona accanto al tuo nome fosse una bestemmia. Eppure ti sei sempre rialzato, con la forza mentale di un alieno. Hai deciso di combattere per un paese che troppo spesso ti ha odiato e qualche volta anche ripudiato. Nonostante le critiche, non ha mai smesso di essere la tua gente.

Dopo il Mondiale in Russia sembrava tutto finito eppure, in Qatar, tu sapevi di avere un conto in sospeso con il destino. La Copa América conquistata al Maracanã contro i rivali di sempre del Brasile non bastava; sapevi di essere destinato a molto di più. E allora sì, in Qatar ti evolvi e diventi quel giocatore che nessuno si aspettava. Non parlo del lato tecnico, quello è impossibile metterlo in discussione, ma parlo di quello umano. Ti alzi, reagisci, combatti e diventi quasi provocatore. Contro l’Olanda metti le mani dietro le orecchie in direzione di Van Gaal per ricordargli gli sbagli e i torti commessi nei confronti del tuo connazionale Riquelme. A fine partita hai il sangue che bolle, te la prendi con Weghorst e, di cuore, davanti alle telecamere ti esce quel “¿Qué miras, bobo?”. Un gesto spontaneo ma diverso dal Messi a cui eravamo abituati: la persona calma e pacata, schiva con i giornalisti, si trasforma in un personaggio mediatico.

Ma il tuo lato più umano, quello l’ho visto a New York. Nella finale contro la Spagna. In quest’ultimo Mondiale, oltre ad aver sconfitto la fisica, la matematica, l’immaginazione e tutto ciò che per un essere umano non può essere messo in discussione, hai deciso di sconfiggere anche il tempo, l’inesorabile risorsa che non guarda in faccia a nessuno. Tutti si aspettavano un Messi co-protagonista: il giocatore che mette a disposizione il piede ma non la corsa, una leggenda pronta a subentrare dalla panchina, una risorsa per lo spogliatoio in grado di incoraggiare i giovani. Ma tu hai deciso di brillare. Ancora una volta. Il protagonista assoluto circondato da dieci guerrieri pronti a morire per il proprio leader.

Quando le cose si mettevano male — e spesso si sono messe male — appariva Leo, come un supereroe. Senza mantello, ma con evidenti superpoteri a disposizione della sua nazione. Tutto questo dura fino alla semifinale, quando decidi che Diego né nessun argentino sopporterebbero una sconfitta contro gli inglesi. Capisci che non si può concludere una carriera internazionale contro il nemico di sempre, e allora la tua genialità mette a disposizione due assist per ribaltare la storia e approdare in finale.

In finale c’è la Spagna. La tua Spagna. Quella che ti ha fatto sprofondare nelle critiche, ma anche il paese che ti ha fornito l’opportunità di diventare chi sei oggi. E contro il tuo passato, decidi di diventare umano. Una prestazione anonima, pochissimi tocchi di palla, tanto nervosismo, qualche protesta quasi ridicola. Un 1-0 senza troppe occasioni in favore dell’avversario. Finisce così.

Per tanti una delusione, per me un sospiro di sollievo. Perché per la prima volta non ho visto l’alieno, ma ho visto l’umano. Lionel Andrés Messi Cuccittini è umano. Forse uno dei più grandi shock della mia vita.

La stessa persona che ho visto scartare i giocatori del Real Madrid come birilli al Bernabéu può avere una giornata storta. La stessa persona che trascina una nazionale tre volte a una finale del Mondiale può essere fragile. La persona che ha fatto cadere a terra un gigante esperto come Boateng tutt’un tratto diventa umano. Siamo all’ultima pagina del libro: il finale “giusto” era scritto, l’ennesimo finale felice. Eppure sento che sia giusto così.

Ci hai concesso di vederti nella tua veste umana per dare speranza al mondo. Per concedere a un bambino la possibilità di voler superare Messi, la stessa che è stata lasciata a te quando Diego sembrava inarrivabile. Il connubio tra il numero 10 e Messi sarà per sempre immortale, ma come lo è stato con Maradona, è giusto che qualcun altro possa sognare di diventare come te, o meglio di te.

Grazie Leo per essere stato un alieno, ma soprattutto grazie per essere stato umano.

 

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