Il Brasile incanta ai Mondiali con il suo Futebol Bailado. Scopri la vera storia del Joga Bonito e della Ginga: dalle origini fino alle magie di Pelé. Passando per Ronaldinho e Neymar.
Mentre il Brasile scende in campo per i Mondiali e gli occhi del pianeta sono incollati ai dribbling dei nuovi talenti verdeoro come Vinicius, c'è una regola non scritta che ogni avversario conosce: se hai di fronte un brasiliano e lo vedi sorridere, devi iniziare a preoccuparti.
A differenza di scuole calcistiche storicamente esaltate dalla pressione e dall'agonismo, come quella italiana o argentina, i sudamericani esprimono il loro massimo potenziale in un clima di allegria. Il calcio, in Brasile, non è mai solo uno sport: è lo specchio fedele di un'intera nazione e un'espressione culturale che riflette una storia centenaria. Ma da dove nasce questo modo unico di interpretare il calcio?
Il legame tra il Paese sudamericano e il pallone è viscerale. L'immaginario collettivo ci riporta subito alle spiagge di Copacabana, dove i giovani si sfidano al tramonto sfoggiando una tecnica innata. Per comprendere questa filosofia, bisogna partire da tre concetti chiave che definiscono l'identità della Seleção:
Joga Bonito: Letteralmente "giocare in modo bello". È la ricerca costante dell'estetica, dove l'eleganza del gesto tecnico è importante quanto il risultato finale.
Ginga: Termine che indica il passo base della Capoeira. Traslato sul rettangolo verde, descrive la tipica corsa leggera, ritmata e quasi danzata dei calciatori brasiliani per eludere gli avversari.
Futebol Bailado: L'espressione usata in patria per riassumere questo stile di gioco, un vero e proprio "calcio danzato".
Per comprendere le radici di questa identità tattica etecnica bisogna tornare alla fine dell'Ottocento, quando gli europei introdussero in Sudamerica questo nuovo sport. All'epoca, il Brasile era ancora profondamente segnato dalla schiavitù. Nelle prime partite miste, le regole non scritte erano spietate: ai giocatori bianchi era concesso ogni tipo di intervento, anche il più violento, mentre ai neri era vietato il minimo contatto fisico.
Per sopravvivere a queste ingiustizie, gli schiavi si ingegnarono. Iniziarono a muovere il corpo oscillando, facendo danzare i piedi sul pallone a ritmo di Capoeira per evitare i contrasti. Questa necessità di eludere l'avversario senza farsi toccare sviluppò una sensibilità tecnica straordinaria. Come dirà in seguito Pelé: "La Ginga è il fattore decisivo: un atteggiamento in cui il valore prevale sulla tattica e il piacere del gesto diventa dominante".
Ben presto, il calcio divenne una passione travolgente. Intuendone il potenziale, il governo decise di organizzare i Mondiali del 1950. Il torneo sembrava un trionfo annunciato: al Brasile bastava un pareggio in finale contro l'Uruguay. Davanti ai 200.000 spettatori del Maracanã, i padroni di casa passarono in vantaggio, ma la Celeste ribaltò il risultato vincendo 2-1. Era nato il Maracanazo, una tragedia sportiva che gettò la nazione in un lutto profondo.
Sul banco degli imputati finirono il portiere Barbosa e il difensore Bigode, entrambi neri. Il trauma fomentò un fenomeno sociologico devastante definito complexo do vira-lata (il complesso del cane randagio): le minoranze iniziarono a sentirsi intrinsecamente inferiori. Emblematica fu la confessione di Barbosa anni dopo: "In Brasile la pena massima è di trent'anni, ma io ne sto pagando cinquanta per un crimine mai commesso".
Otto anni più tardi, ai Mondiali di Svezia del 1958, l'allenatore Vicente Feola impose un diktat rigoroso: giocare "all'europea". Vietò categoricamente la Ginga, i dribbling e i sorrisi, considerati i colpevoli del disastro del '50. Tutta la squadra seguì le direttive, tranne due elementi.
Il primo era un'ala destra con una gamba più corta dell'altra a causa della poliomielite: Garrincha. Il secondo era un timido diciassettenne di nome Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé. Cresciuti a ritmo di Capoeira, i due non conoscevano altro modo di giocare. Guidati dall'incoscienza, trascinarono la squadra al trionfo, regalando al Brasile la sua prima Coppa del Mondo e sferrando un colpo durissimo al razzismo.
Da quel momento, la Seleção avrebbe conquistato il titolo in altre quattro occasioni (1962, 1970, 1994 e 2002), rimanendo sempre fedele al proprio DNA. Dai leggendari "cinque numeri 10" del Messico '70, passando per le magie di Ronaldinho e Ronaldo in Corea e Giappone, fino ai campioni che oggi calcano i campi del Mondiale: il Brasile continua a concepire la vittoria solo come naturale conseguenza della bellezza estetica. Sempre con il pallone tra i piedi e il sorriso sulle labbra.