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Morire senza saper rinascere. L’Italia non esiste più

Il calcio italiano, un tempo orgoglioso, ora naviga in acque tempestose, soffocato da scelte avventate e dall'assenza di giovani talenti.

Non una, non due, ma ben tre volte. La partita si conclude e le parole del CT e del presidente della federazione esprimono orgoglio, non vergogna. Sul piano tecnico, i rimproveri possono essere pochi, sebbene alcune responsabilità debbano essere inevitabilmente riconosciute. Tuttavia, sul fronte dirigenziale, le critiche non possono che essere feroci.

“La partita l’avete vista tutti e c’è poco da commentare: sono stati erorici”, afferma Gravina, commentando la terza umiliazione consecutiva del calcio italiano, che affonda e si autoelimina dalla mappa calcistica mondiale. Una nazionale che vanta quattro stelle sul petto (solo la Germania può vantare lo stesso e solo il Brasile può fare meglio) scompare dai radar del calcio internazionale per sedici anni. Un oblio che continua a nascondersi dietro gli alibi dell’arbitro (che ha sicuramente avuto un impatto), dello stadio e della sfortuna.

La realtà è che stiamo pagando il prezzo di un sistema calcistico marcio, che non pone al centro lo sviluppo del gioco e del calciatore. Siamo intrappolati in una cultura in cui un pareggio per 0-0 è considerato preferibile a una sconfitta. Una mentalità in cui “non prenderle” è più importante di “darle”. Una cultura che privilegia l’usato sicuro rispetto all’inesperienza dei giovani. Una cultura che non accetta l’errore dei più giovani. Stiamo pagando il costo di una mentalità che evita di investire nelle infrastrutture e nello sviluppo dei talenti emergenti.

Mentre la Spagna lancia giovani come Yamal, Pedri, Fermin Lopez e Nico Williams, l’Inghilterra si affida a Saka, Eze, Bellingham e Foden, la Francia a Olise, Cherki ed Ekitike, e la Germania a Wirtz e Havertz, noi non abbiamo un giocatore di quel calibro. Un giocatore elettrico, capace di eseguire un dribbling, puntare la porta e risolvere la partita con una giocata decisiva.

In Italia, è più sicuro puntare su un giocatore straniero già affermato piuttosto che investire sul potenziale di un giovane. Chi osa farlo viene criticato in nome del risultato immediato. Tuttavia, chi non cambia e non si evolve, alla fine paga il prezzo più alto e con ciò che si ha più a cuore: il risultato.

Il risultato è l’unica cosa che conta? Se così fosse, l’unica verità è che l’Italia è fuori dai mondiali per la terza volta consecutiva. Tornando al tema dei giovani, senza paragonarci a grandi nazionali come Francia, Spagna e Inghilterra, con le quali non possiamo neanche lontanamente competere, confrontiamoci con i nostri avversari di ieri. Alajbegovic e Bajraktarevic, un 2007 e un 2005, sono due giocatori abili nella conduzione, pronti a convergere, dribblare e puntare la porta. Caratteristiche che nessuno dei giocatori italiani presenti a Zenica poteva vantare.

Un esempio di chi ha il coraggio e la pazienza di far esprimere i giovani è la giocata di Bajraktarevic, che, dopo aver superato due difensori italiani con un elastico straordinario, sul punteggio di 1-1 e con il peso di un mondiale sulle spalle, tenta una rabona che, sebbene finisca goffamente sul fondo, riceve applausi per il coraggio e la spinta a ripartire. Immaginate se fosse successo il contrario: avremmo urlato, impazienti, che non è il momento di tentare simili giocate!

Perché consideriamo normale perdere tempo al 41esimo minuto del primo tempo dopo aver trovato il gol? Perché le nostre speranze di andare al mondiale si basano su cene e sulla chimica del gruppo, mentre le altre nazioni sviluppano progetti ventennali o trentennali per garantire il loro futuro? Perché l’equilibratore Politano, all’inizio, dà più fiducia di Palestra, che è senza dubbio il miglior esterno destro del campionato, ma in una partita del genere non può giocare titolare perché è considerato troppo giovane? Perché si preferisce convocare Chiesa per la gratitudine di Euro 21 piuttosto che Zaniolo o Cambiaghi? E se si chiama Cambiaghi in extremis perché Chiesa non riesce a reggersi in piedi, allora viene spedito in tribuna. Così come Scamacca e Raspadori, che non giocano nemmeno un minuto in un contesto paradossale in cui è necessario segnare.

La nazionale di calcio, d'altronde, è sempre lo specchio del paese. Una nazionale che non premia la meritocrazia, che si affida ai veterani per gratitudine e non per merito, e che punta sui contatti e non sulle capacità, che lascia poco spazio ai giovani e li bacchetta se provano a cambiare qualcosa, è perfettamente a immagine e somiglianza del proprio paese.

Viviamo in un sistema in cui il 5-3-2 è visto come la migliore strategia per non subire gol, ma non si comprende che questo approccio ostacola lo sviluppo dei trequartisti, delle ali e di tutti quei ruoli offensivi che, alla fine, fanno la differenza. Si punta sul blocco Inter senza ricreare gli stessi meccanismi, si investe su Calafiori senza concedergli la libertà che ha all’Arsenal, e così ci aggrappiamo ai nostri due unici fuoriclasse: Donnarumma e Tonali. Che possono fare tanto, ma non possono fare tutto.

Il Catenaccio e il contropiede ci hanno regalato quattro mondiali e due europei. Ma forse, dal 2006, è giunto il momento di comprendere che è tempo di cambiare. Perché, se dalla finale di Berlino all’uscita con l’Uruguay è iniziato il declino, dal 2014 in poi il calcio italiano è morto. Tre volte. E non ha mai saputo cambiare. Non ha saputo rinascere. D’altronde, se le prime dichiarazioni sono di orgoglio e ci si affretta a dire che non ci saranno dimissioni, forse non solo questo è il presente a cui siamo destinati, ma anche il futuro che ci meritiamo.

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