I 5 peggiori flop del mondiale. Dalla Turchia di Montella al disastro della Germania.
Come ogni edizione, anche i Mondiali 2026 ci hanno regalato splendide sorprese e clamorosi tonfi. Se favole calcistiche come Capo Verde ed Egitto sono andate ben oltre le più rosee aspettative, ci sono corazzate che sono crollate sotto il peso della propria maglia.
Ecco la classifica delle 5 peggiori delusioni di questa Coppa del Mondo.
Risulta quasi un'eresia definire il Brasile una nazionale "senza identità", eppure è esattamente ciò a cui abbiamo assistito. La Seleção è apparsa spenta, priva di quei sorrisi e di quel jogo bonito che da sempre la contraddistinguono. Carlo Ancelotti non è riuscito a risollevare una squadra aggrappata unicamente alle giocate di Vinicius Jr. e alla vana speranza di ritrovare il miglior Neymar. Raphinha è stato un fantasma, la retroguardia e il centrocampo sono sembrati lenti e appesantiti, mentre l’attacco ha clamorosamente peccato di cinismo. Il paradosso finale? Essere eliminati da un'avversaria storicamente fredda e calcolatrice, che ha saputo invece fare della coesione e dell'entusiasmo le proprie armi vincenti.
Scorrendo le rose dei top 5 campionati europei, balza all'occhio il talento dei giocatori turchi. In Serie A, Kenan Yildiz e Hakan Calhanoglu hanno spesso trascinato Juventus e Inter, mentre Zeki Celik si è confermato un soldato affidabilissimo per Gasperini. Eppure, la squadra di Vincenzo Montella si è sgretolata ai Mondiali senza mai accennare a una vera reazione. Arda Guler è apparso l'ombra di se stesso e, al netto di un pizzico di sfortuna, è innegabile che le aspettative sui biancorossi fossero ben altre. Un'altra occasione sprecata per una nazionale che fatica a fare il definitivo salto di qualità
La gloriosa Olanda è storicamente una mina vagante ai Mondiali: zero stelle sul petto, ma nessuno vorrebbe mai incrociare l’Arancia Meccanica. Questa volta, però, Ronald Koeman ha dato l'impressione di non avere mai in mano le redini dello spogliatoio. Tanta qualità individuale vanificata da uno stile di gioco confuso, che non ha mai trasmesso la sensazione di poter arrivare fino in fondo (eccezion fatta per l'illusoria vittoria contro la Svezia). L'eliminazione ai sedicesimi contro il Marocco è stata l'emblema di un torneo fallimentare, condito da scelte a gara in corso che hanno lasciato più di qualche perplessità.
Un esordio travolgente contro il malcapitato Curaçao, poi una vittoria soffertissima contro la Costa d’Avorio e una sconfitta in rimonta contro l’Ecuador. Inizialmente nessuno ha suonato l'allarme, ma i segnali della catastrofe imminente c’erano tutti. La Germania si è definitivamente sgretolata di fronte all’arcigna difesa del Paraguay, che ha messo in campo molta più fame e passione. Fa strano vedere i cinici tedeschi faticare contro nazionali sulla carta inferiori, eppure la Mannschaft ha pagato a caro prezzo l'integralismo di Julian Nagelsmann. I numeri sono impietosi: Deniz Undav, sempre decisivo da subentrato, è stato relegato in panchina, mentre un Leroy Sané titolare inamovibile ha completato appena due dribbling in quattro partite. Una rigidità tattica fatale. Dal trionfo in Brasile nel 2014, la Germania sembra aver smarrito la propria
Poche nazionali al mondo esercitano il fascino della Celeste ai Mondiali. Storia, tradizione e la proverbiale garra charrúa: una squadra sempre pronta a combattere con le idee chiare e il coltello tra i denti. Ma non questa volta. La spaccatura tra Marcelo Bielsa e lo spogliatoio è stata palese fin dal fischio d'inizio del torneo. Il misero bottino di due punti in un girone ampiamente alla portata (con Capo Verde, Arabia Saudita e Spagna) è solo la punta dell'iceberg. Scontri accesi nello spogliatoio, sostituzioni punitive e un sistema tattico mai digerito dai giocatori hanno trasformato la spedizione in un vero e proprio ammutinamento. Un'eliminazione tanto ingloriosa quanto inevitabile.