Vent’anni fa rossoneri e interisti furono già protagonisti di una doppia sfida in semifinale. Dopo un’andata insapore, tante le emozioni nel match di ritorno: fondamentale il gol di Shevchenko.
Derby della Madonnina e semifinale di Champions League, un binomio che non è certamente una novità. Già nel 2023, e dunque precisamente venti anni fa, Milan e Inter sono state protagoniste di una stracittadina a tinte europee. Riviviamola, in previsione della doppia sfida in programma il 10 e 16 maggio prossimi.
Centottanta minuti per entrare nella storia. Centottanta minuti che possono decidere una stagione. Le squadre di Carlo Ancelotti ed Hector Cuper sono caricate a mille, forse anche troppo: la tensione è altissima e nella gara d'andata a farne le spese è lo spettacolo. Poche, pochissime conclusioni, con due squadre che pensano più a non farsi male. Risultato: un pareggio ad occhiali nel segno dei tatticismi, con Ancelotti che sostituisce l’indisponibile Pirlo con il più difensivo (e meno fantasioso) Brocchi, mentre dall’altro lato Cuper schiera Conceicao nell’insolito ruolo di interno e si affida ad una difesa in giornata di grazia (Cordoba e i futuri campioni del mondo Fabio Cannavaro e Materazzi sono una garanzia). Nel primo tempo sembra avere ragione il tecnico nerazzurro, ma Crespo e Recoba non fanno male. Nella ripresa il Milan prende coraggio e sale in cattedra il portoghese Rui Costa: è predominio rossonero, ma la truppa di Ancelotti pecca in cinismo e - considerata l'assenza di Pirlo - palesa limiti per quanto riguarda l'ultimo passaggio.
L'Inter, dal canto suo, tira i remi in barca. Un atteggiamento che lascia sconcertati: lo 0-0 in casa del Milan (era valida la regola dei gol fuori casa) avvantaggia in modo clamoroso Paolo Maldini e compagni, che possono conquistare il pass per la finale anche con un pareggio. Basta segnare un gol.
Il Milan l’occasione la sfrutta alla grande e lo fa nel modo migliore: andando in vantaggio alla fine del primo tempo della gara di ritorno. A segnare è Andriy Shevchenko, il protagonista più atteso, che vuole chiudere con il botto la sua seconda stagione con il Diavolo (la migliore, nel complesso, guardando alle statistiche che parlano di 34 gol in 51 presenze). Ma andiamo per gradi e riviviamo una serata entrata di diritto nella storia dello sport italiano.
Dopo l’agonismo e il tatticismo esasperato del match d’andata, il pubblico di San Siro (circa 80 mila spettatori) spera di vivere una serata nel segno del grande calcio. Il primo indizio viene dalle formazioni in campo, con Ancelotti che a questo giro non stravolge il suo credo tattico e si affida al rombo di centrocampo nel segno del guerriero Gattuso e della tecnica sopraffina dei vari Pirlo, Seedorf e Rui Costa. Poco gioco sulle fasce per i rossoneri, che si affidano a Nesta e Maldini in difesa e alla verve di Inzaghi e Shevchenko in attacco. L'Inter, invece, propone un centrocampo di minore qualità (Cristiano Zanetti, Di Biagio ed Emre) e spinge sugli esterni con Sergio Conceicao e Javier Zanetti. Solita difesa davanti a Toldo, mentre in attacco fiducia a Recoba (che deluderà le aspettative) e al campione argentino Hernan Crespo.
La partita è nervosa e l'unica squadra che prova a giocare a calcio è quella di Ancelotti: dalla mezz'ora i rossoneri prendono campo grazie alle giocate di Rui Costa e sfiorano prima il gol con Inzaghi e Shevchenko. Proprio l'ucraino sigla il gol del vantaggio: siamo in pieno recupero, Seedorf (proprio lui che era stato bocciato dalla squadra interista) supera in scioltezza i mediani nerazzurri e serve un pallone d’oro all’ex Dinamo Kiev, che a sua volta supera le resistenze di Cordoba e batte Toldo con un tiro ravvicinato. È delirio a San Siro, ma ci sono altri 45 minuti da giocare.
Nella ripresa Cuper reinventa la squadra: fuori Di Biagio per il più tecnico Dalmat e soprattutto spazio a Martins per il deludente Recoba. Poco cambia, però, con il Milan che appare in controllo e Javier Zanetti e compagni che proprio non riesco a sfondare. Questo fino all'83', quando Martins brucia in velocità Maldini (non l'ultimo arrivato) e supera di piatto un incolpevole Abbiati. Da qui la partita cambia totalmente: l'Inter sembra un'altra squadra e deve arrendersi solo al cospetto di un Abbiati sontuoso, con il portiere che prima compie un vero e proprio miracolo su Kallon (entrato nel frattempo al posto di Crespo) e che non si fa sorprendere dal colpo di testa nel finale di Cordoba. In finale, così, ci va il Milan: da qui partirà il ciclo vincente di Carlo Ancelotti, poi vittorioso nella finale di Manchester contro una Juventus orfana di Pavel Nedved.